venerdì 6 febbraio 2015

Lazy mornings.


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Certe mattine si sveglia ancora con le mani che tremano e le dita intorpidite, le pillole gli cadono e sa che per tutto il giorno il formicolio e la sensibilità si daranno la caccia lungo i suoi nervi. Non riesce più a tenere in mano un fucile di precisione come non riesce a tenere in mano le redini di questa vita che galoppa via come un cavallo impazzito. Quando non aveva scelta ha desiderato di poter scegliere fino a consumarsi il cervello. Voleva il controllo e adesso non sa gestirlo, gli sfugge tra le dita in questa corsa senza direzione e non sa più se sta nuotando verso la superficie o verso il fondo.

Certe mattine ha l'impressione di non svegliarsi affatto, di restare mezzo immerso in un mondo inconsistente di stimoli fantasma che non sa separare dalla realtà. La geometria fantastica di colori che certi profumi gli ricamano negli occhi stende sopra il mondo una patina di allucinazione che non sa ancora se gli piace o lo spaventa; come l'odore dei capelli di Nina, cristallizzato in ottaedri blu e oro, che gli lascia sulla punta della lingua una dolcezza metallica e stucchevole. La consistenza asciutta dei muscoli di Jordan che si contorcono sotto le sue dita produce un tintinnio debole di cristalli che si urtano e a volte squaglia i confini fra l'orgasmo e l'insofferenza.

Certe mattine vorrebbe infilarsi le dita nel cervello e spappolarlo come gelatina, strapparsi dagli occhi l'immagine persistente delle lentiggini che gli sono rimaste inchiodate sulla retina come il residuo di un gioco di luce troppo intenso, sniffare strisce di blast fino a farsi sanguinare il naso e scavalcare l'orizzonte in cui l'estrema lucidità precipita nel delirio. Riassaporare il gusto metallico della canna del revolver di Bo incastrata dentro la bocca, la prima volta che l'ha fatto incazzare. Rimpastare il tempo. Ritrovare la strada di casa.

Certe mattine si sveglia e ingoia una manciata di pasticche, aspettando che la testa smetta di pulsare come una ferita aperta per alzarsi ed affrontare lo specchio del bagno. Si rade con attenzione, molto lentamente, vincendo con pazienza l'incertezza delle dita intirizzite per non tagliarsi le guance. Certe mattine gli succede di metterci due, tre ore, ma non si arrende. Vince la prima guerra della giornata salmodiando imprecazioni in mandarino e torna sul letto, fuma una sigaretta, legge. Aspetta che l'insofferenza defluisca come la marea.

Infila in tasca gli ultimi rimasugli di buona volontà prima di uscire.





I could be a morning person
if morning happened to be around noon.

domenica 1 febbraio 2015

Dead end.


26 Novembre 2514.
Agatha, Mashhad.

Lo schianto di un bicchiere rotto precede di pochi, convulsi secondi la comparsa di Sid nella penombra del corridoio. La borsa piena di vestiti le cade sul pavimento, mentre Coraline si affretta a sfilare il chiavistello della porta d'ingresso, ma il tentativo di spalancare il battente viene frenato dalla pressione di una mano larga il doppio della sua. Spinge le spalle contro la parete e si volta a cercare Beaumont con il respiro compresso nei polmoni dalla collera.

« Dove stai andando. »

La voce di Sid è un brusio pacato, intriso di un'arrendevolezza a cui lei non crede nemmeno per un momento.

« Spostati. »

Lo supplica duramente, con una scudisciata di fiato nervosa, ma lui non si muove. La fissa dall'alto in basso con occhi verdi pieni di malinconia ferita, indifferente al sangue che si scolla dai polpastrelli tagliati e gocciola sul pavimento. Allunga una mano per premergliela sullo sterno e spingerlo indietro con rabbia.

« Cazzo, Sid, lasciami -- »

La sensazione viscida del sangue caldo arriva prima del lampo di dolore che le esplode dentro il polso sottile, strozzato fra le dita magre, insospettabilmente forti, che lo costringono a una torsione innaturale, spezzandole il fiato nei polmoni. Il torace nudo di Beaumont, scavato dal solco di muscoli affilati contro la pelle, singhiozza nella corsa irregolare del fiato. Deglutisce, indurendo la linea della mandibola contratta, e si sporge verso di lei con un fremito delle spalle spioventi.

« I'm asking you very nicely not to leave. »

Scandisce lentamente, con una pazienza esasperata e irreale, frantumata nella tensione febbrile della voce.

« You're fuckin' hurting me. »

Coraline cerca le dita scivolose di Sid con la mano libera e torce le spalle con forza nel tentativo di schiodarsele dal polso indolenzito, finché l'inasprirsi brutale della torsione le strappa un guaito soffocato. Si affretta a sputare fuori un sibilo senza voce.

« Mi sposo fra due mesi. »

Il sollievo che invade l'articolazione infiammata, marchiata da un'impronta di sangue sbavato sulla pelle, è più lento del ritrarsi della mano del suo carnefice. Coraline risolleva le palpebre per guardarlo scostare dalla fronte una manciata di boccoli col dorso delle nocche, senza rabbia, con una mano appoggiata contro la porta e l'aria indifferente di chi è capitato lì per caso. Lo ha visto svuotarsi in questo modo decine di volte. Sa cosa significa.

« Continui a sparire. Non mi dici dove vai. Non ti sento per mesi e poi torni e ti comporti come se non fossi mai andato via, pretendi di trattarmi come se… – ingoia un grumo di fastidio acre, massaggiando con cautela il polso indolenzito; – cazzo, come se fossi roba tua. »

Beaumont non risponde, forse non la sta nemmeno ascoltando. Libera la porta dal fermo del proprio peso e trova nelle tasche dei pantaloni un pacchetto di sigarette. Il gesto di porgergliele è meccanico ed è meccanico il gesto col quale Coraline sfila via un'Engine per incastrarsela dietro l'orecchio.

« Mi dispiace. »

Sid schiva il suo rammarico con disinvoltura indolente, scavalcando la borsa rovesciata a terra per tirarsi indietro. La sigaretta impigliata, spenta, fra le sue labbra le dice che non otterrà una risposta e le trascina fuori dalla gola una risata amara che è quasi un singhiozzo sconfitto.

« Ta ma de, Sid, you're a fucking dead end. »

Decide che alla fine neanche gliene frega un cazzo, di quei vestiti pieni del suo odore, quando schiude il battente e sguscia fuori in fretta, con gli occhi lucidi di lacrime e coraggio, annodando la frustrazione ai passi svelti con cui si lascia l'appartamento alle spalle.


2 Febbraio 2517.
Agatha, Mashhad.

Sono passati esattamente due anni dal giorno del suo matrimonio. Anche quest'anno ha trovato la stessa lettera imbucata a mano nella cassetta della posta. Nella busta di carta non affrancata non ci sono biglietti, ma non ha bisogno di una firma o di una traccia d'inchiostro per indovinare il mittente di quei regali. Coraline Ahmadi non ha cambiato il proprio cognome, quando si è sposata, ma dal suo fidanzato, dagli amici e dai parenti ha cominciato improvvisamente a farsi chiamare Lyn già un paio di mesi prima di mettere la fede al dito. Questa mattina sa già cosa aspettarsi quando rientra in casa ed apre la busta con cura, tagliando una fessura precisa nella carta per farsi scivolare sul palmo il piccolo pezzo di corallo rosso che contiene. Si dice che in tutto l'oceano di Whitmon non ne esistano due identici. Se lo rigira fra le dita in silenzio, con un brivido di angoscia irrequieta, ma aspettando che abbia assorbito il calore della sua pelle per chiuderlo nello stesso cassetto in cui sono custoditi, sotto chiave, il suo gemello eterozigote, una sigaretta e una vecchia fotografia.

domenica 18 gennaio 2015

I'm glad you came.


20 Maggio 2514.
Xanto.

La baia di Cuì-lán Harbor è circondata da alte scogliere verdi, spezzate a strapiombo sull'acqua, e dalla sottile mezzaluna di sabbia chiara cui sono saldati i due moli di legno del piccolo porticciolo da cui ha preso il nome.
Le barche dei pescatori oscillano alla fonda sull'acqua verde, che l'oscurità di una notte profonda ha reso cupa come una pozza di petrolio, e la luna quasi piena frantuma il suo riflesso lattiginoso sulla cresta irregolare delle onde.

Siddartha si lascia la jeep alle spalle con gli anfibi in una mano e, nell'altra, un groviglio di lenze notturne, che sono fili di nylon annodati intorno a una manciata di picchetti di legno, dai quali pendono decine di piccoli ami da pesca con cui deve fare attenzione a non ferirsi. Ingoia l'aria salmastra ad occhi socchiusi, affondando i piedi scalzi nella sabbia fredda e girando leggermente la testa per grattarsi il mento contro una spalla.

« Ti sei vestito da esca per i pesci, Tim? »

Il ragazzo biondo che segue le sue orme sulla rena dimostra meno di vent'anni. È basso e sottile, avviluppato nei veli bianchi di un vestito che splende, luminoso, sulla sua carne abbronzata. Ha labbra morbide, un naso gentile, l'ingenuità fiduciosa di un animale addomesticato.

« Fuck you, qíngrén. »
(Sweetheart).

Anche la sua risata è dolce. Se non avesse il torace magro scoperto e una voce calda, appena troppo scura, sarebbe facile scambiarlo per una ragazza.
Sid schiaccia un sorriso sotto i denti premuti contro il labbro inferiore e, raggiunta la porzione di battigia che verrà ricoperta dall'alzarsi della marea, scivola pigramente a sedere sui talloni. 

« Vieni. » 

Lo chiama a bassa voce, cominciando con calma a sbrogliare il filo e i paletti. Li pianta nella sabbia uno alla volta, stendendo ad un palmo da terra la lenza costellata di ami aguzzi, che raccolgono il bagliore pallido della luna e scintillano come gocce di luce.

« Questa cosa me l'ha insegnata mio padre. »

Sistema i picchetti con cura metodica, assicurandosi che affondino in profondità e non si lascino trascinare via dalla corrente.

« Quale dei due? »

Tim si è accovacciato accanto a lui con grazia scomposta, affondando le mani nella sabbia per tracciare disegni distratti con la punta delle dita sottili.

« Sam. »

Sid scrolla le spalle, iniettando cinque dita piene di sabbia fra i boccoli chiari e sbirciando il ragazzo con un mezzo sorriso.

« Spero che non ti facciano schifo i vermi. »

Cominciano a scavare in cerca della rena umida, dove stanare le tracce dei vermi della sabbia. Ci sono le nereidi e le arenicole, le prime tutte piene di zampe come millepiedi, le altre simili a delle anguille grassocce; tutte e due sono adatte allo scopo.

« Bleah… »

Tim ne raccoglie una con una smorfia a metà fra il disgusto e la risata. Torna, strisciando sulle ginocchia, verso la lenza distesa, uncinando il corpo molle dell'invertebrato a uno degli ami che dondolano nella brezza.
Sid affonda le dita nella sabbia umida, arpionando un'arenicola viscida e incolore.

Nel giro di qualche ora, un'allegra parata di vermi si contorce lungo la lenza di nylon stesa fra i picchetti.

« Sai… – Sid cade a sedere sulla sabbia, rivoltando le tasche dei pantaloni stretti per trovare il pacchetto di sigarette. – un cecchino può aspettare fino a settantadue ore senza dormire. »

« Sul serio? »

Tim solleva la testa bionda, cercandolo con occhi meravigliati da dietro una cascata di capelli lunghi, franati di traverso sul viso.

« Fa parte dell'addestramento. Possono restare svegli per settantadue ore e rimanere lucidi, completamente concentrati sul bersaglio. »

Trascinandosi dietro il vestito come uno strascico nuziale, il ragazzo scivola pigramente a sedere al suo fianco, allungando due dita svelte da ladruncolo per rubare un'Engine Light al pacchetto rimasto abbandonato in terra.

« Come? »

Sid accende la sigaretta, riparando la fiamma con una mano aperta, e gli cede distrattamente il fiammifero.

« Grazie a un esercizio mentale chiamato "integrazione della fantasia". Il cecchino crea una situazione che coinvolge il bersaglio e lo mantiene al primo posto nei suoi pensieri. »

Sbircia attraverso le ciglia chiare il rovesciarsi delle onde sul bagnasciuga, sempre più lunghe man mano che la marea si alza, impercettibile all'occhio che la osserva fino al momento in cui una gobba d'acqua spumosa non travolge le lenze notturne piantate nella sabbia.

« Spesso immaginano un luogo in cui fare insieme al bersaglio qualcosa che richiede tempo, come costruire un mobile. Per alcuni, la fantasia comincia nel momento in cui il bersaglio gli viene assegnato… a quel punto niente può più distrarli. »

Il mare si gonfia, seppellendo il frutto della nottata di lavoro.

… Respiro lentamente l'odore della calce, spiando il panorama urbano della periferia di Sadrany senza fretta. Il pavimento su cui sono steso da sedici ore sta risucchiando tutto il calore del mio corpo, ho l'impressione che fra non molto sarà il cuore del cemento a battere, prosciugando il mio fino a spegnerlo. Una costellazione di lentiggini si installa a margine della mia coscienza. Me ne libero nervosamente, muovendo le spalle con cautela per sciogliere i muscoli indolenziti. Strizzo le palpebre, conto fino a cinque, mi concentro sul lavoro.

Timor Radcliffe è nato diciotto anni fa nella provincia di Busan, da padre xant-ren e madre korolevita. Ronan Radcliffe non è mai riuscito a sfondare nel cineteatro e sua moglie, Anna Venediktova, ha divorziato per tornare in patria dopo soli tre anni di matrimonio, lasciandolo solo a crescere un bambino senza prospettive. Suo padre sperava che, una volta fatti i sedici anni, suo figlio si sarebbe iscritto all'accademia militare o avrebbe ottenuto una borsa di studio, ma col tempo ha dovuto rassegnarsi al fatto che Timor non fosse tanto intelligente quanto è bello.

Il primo cliente se lo guadagna che è ancora minorenne, ma l'escalation è breve. Due anni dopo, Timor conosce Jonathan Cho, presidente della OmniGate, che si innamora di lui e lo toglie dalla strada per chiuderlo in un appartamento nella periferia di Sadrany, dove gli fa visita più spesso di quanto sua moglie sia disposta a sopportare. Anche dopo il divorzio, Cho non rinuncia al suo giovanissimo amante. Lo vezzeggia, lo copre di gioielli e di vestiti. "La mia principessa", lo chiama. Suppongo che assoldare lo skyplex per ucciderlo sia stato come strapparsi un pezzo di cuore, ma la telefonata che Radcliffe non avrebbe dovuto ascoltare è troppo compromettente per mettere l'amore davanti agli interessi di un intero consiglio di amministrazione.

Continuo a immaginare di aspettare l'alba con lui, per controllare le lenze piene di pesci al calare della marea, fino al momento in cui si affaccia nella finestra ristretta del mirino di precisione. Il suo profilo è gentile, al lume dell'abat-jour del salotto, come sotto la luna riflessa sul dorso del mare.

Allineo con cura la canna del fucile con la sua tempia. Premo dolcemente l'indice sul grilletto.

Espiro.



We found a place to which we drive
and I offer you the time

to sleep - to dream,
to wake up when we arrive…

domenica 4 gennaio 2015

Stale-mate.


4 Gennaio 2517.
Baylong.

« Mi hanno chiesto di ritrovare una schiava fuggita da Hall Point. »

Siddartha parla con gli occhi bassi sulla cartina piena di bloom che sta chiudendo con deliberata lentezza, lisciando ogni imperfezione fra le dita scarne e affusolate, senza mai sollevare lo sguardo liquido sull'herian seduto sul muletto parcheggiato, a motore spento, fra i dock dello spazioporto.

« Quelli di Hall Point si sono fatti scappare una schiava? »

Jamie Crudup ha circa un paio d'anni più di lui. Inarca le sopracciglia spesse in una smorfia intrisa di scetticismo disinteressato. Gli occhi azzurri ingoiano la scintilla incandescente dei post-bruciatori delle navi in partenza e in arrivo con accanimento ostinato mentre, a spalle arcuate e braccia incrociate sul volante, aspetta che Beaumont si decida ad accendere la sigaretta.

« Lee Chernenko. »

Jamie sfiata un grumo d'ilarità spenta attraverso le narici.

« Fòck, stavolta le piantano una pallottola in testa. »

Siddartha chiude la cartina e ferma il filtro di carta arrotolata fra le labbra, scrollando le spalle spioventi con indolenza leggera.

« … Se la trovano. »

« Pensavo che ti servivano i soldi. »

Beaumont solleva lo sguardo e trova il profilo irregolare del naso di Crudup, sorridendo ai suoi occhi persi altrove con due fossette simmetriche affondate lungo la china delle guance magre.
L'odore dolce della bloom si gonfia nell'aria come il profumo di un fiore carnivoro, convincendo l'herian a torcere il collo per far piovere un'occhiata svogliata su Sid, che divora la prima manciata di boccate con avidità inaspettata, spalancando i polmoni e fissando una porzione del vuoto che si apre fra le corazze lucide di due medium cruiser ormeggiate a una ventina di metri.

« Non ci pensi mai alla libertà? »

Jamie scioglie l'intreccio delle braccia e si sporge per rubargli la cicca. Il mignolo e l'anulare di tutte e due le mani gli sono rimasti storti da quando glieli hanno spezzati.

« Ci penso, – biascica sul filtro, – e penso che non c'ho un altro posto dove andare. »

Sid infila le mani nelle tasche e torna a guardare in basso, valutando il percorso geometrico delle intersezioni affilate fra le lastre d'acciaio della pavimentazione; gli occhi e i pensieri che ci spinge dentro scorrono come lungo il letto spigoloso di un fiume, ma si raccolgono e raggrumano come sangue nei crateri delle bombe che hanno ridotto Hera a un cumulo di macerie radioattive.

« Potresti stare con me. »

Crudup sbuffa un getto di fumo e spalanca gli occhi nella fiammata azzurra che insegue i motori di un brigade come la scia incandescente di una cometa. Il sorriso gli trascina a malapena verso l'alto solo mezza bocca.

« Nice offer, mate… solo che neanche tu c'hai un posto dove andare. »

Con il labbro inferiore schiacciato fra i denti, Beaumont pensa che persino i fantasmi, per esistere, hanno bisogno di un luogo da infestare.





Living violently lazy days
in a deadlock daze.

lunedì 22 dicembre 2014

Discipline.


29 Aprile 2505.
Berishan, Afghana.

Il tavolo da pranzo è talmente lungo che Siddartha avrebbe tutto il tempo alzarsi e di sgusciare via, mentre Donald lo percorre da un capo all'altro, ma una mano invisibile ne schiaccia le ossa fra i braccioli della sedia costringendogli le pupille dilatate sui lineamenti angolosi che gli navigano incontro, congestionati in una maschera di severità inviolabile. La prima carezza delle sue dita fra i capelli gli spegne un brivido fra le scapole, prima che Don afferri brutalmente le ciocche chiare per spingergli la faccia nel piatto con uno strattone violento.

L'impatto gli rende le ossa del viso dolenti e la testa leggera, svuotandola dal rubinetto aperto delle narici.

Non doveva arrivare a cena in ritardo. Non con quel sorriso ostinato arricciato sulle labbra e l'odore di bloom addosso. Se ne pente ora che è troppo tardi, mentre cerca di respirare attraverso l'impasto di sangue e crema di gamberi che gli ha riempito le fauci e il naso. Il colpo di tosse che lo scuote non fa che rendere più dolorosa la morsa sui propri capelli; il fiotto di voce che gli risale la gola è reso ovattato e pastoso dall’ostacolo denso che riempie il palato.

« … Mi dispiace. »

Non sa da dove gli venga tutta quella calma. Sente la tosse bruciare il fondo dei polmoni, mentre un conato di nausea gli rivolta lo stomaco. Le dita affusolate, aggrappate alla base dello schienale, pulsano di una smania convulsa che non riesce a farsi largo nella voce.

Don apre la mano lentamente, sfilandogli dal cranio le migliaia di spilli affondati dentro il cuoio capelluto. Incombe su di lui con la leggerezza distaccata dei carnefici indifferenti. La pressione del palmo lo tiene immerso nel piatto come dentro una fonte battesimale, obbligandolo ad annaspare e a ricacciare indietro gli spasmi dell'esofago mentre succhia e deglutisce la pietanza infettata di sangue. La forza dell'abitudine fa sì che non impieghi più di una decina di minuti a leccare via l'ultimo baffo di crème rugginosa.

I polpastrelli tiepidi di Don gli sgusciano lungo la nuca, elargendo una carezza intenerita che increspa la pelle di Sid come il passaggio di un cubetto di ghiaccio.

« Nǐ ràng wǒ shīwàngle hěnduō. »
(You let me down a lot).

Gli ricorda in un mormorio vuoto, curvandosi a baciargli svogliatamente una tempia prima di riconquistare senza fretta l'altra estremità del tavolo. Scivola a sedere con quiete distratta, spogliata di eccessi dall'impronta marziale che ha cucita addosso come una seconda pelle.

« Pulisciti la faccia. »

venerdì 19 dicembre 2014

It's the atrocities of your story.


22 Giugno 2512.
Blackrock, Puebla.

Qian Dubois è nervosa, piena di blast, nauseata dall'odore della carne bruciata che comincia a coprire come una marea l'accalcarsi sempre più ovattato delle grida provenienti dall'interno del capanno. Si sente le mani sudate, il calcio pesante della pistola sembra volerle scappare ostinatamente dalle dita.

I colpi di una tosse convulsa stroncano il pianto acuto che ha sovrastato ogni voce fino a questo momento. Qian distoglie bruscamente lo sguardo dal bagliore ipnotico delle fiamme e trova il profilo di Beaumont immobile, calcificato in un biancore madido e silenzioso, sfaldato solo dagli spasmi della mandibola e dal movimento silenzioso, costante, delle labbra.

« Om Mani Padme Hum. »

Ci sono soprattutto donne e bambini intrappolati fra il legno vecchio e le fiamme che stanno divorando la baracca insieme al suo contenuto di vite scomode.

Qian fa poche domande, sa soltanto che ci sono di mezzo la produzione locale di switch e una certa Annie Garmendia, molto amata dalla comunità, che si è illusa di poter infilzare il drago come il San Giorgio inciso sulla medaglietta che le hanno strappato dal collo. Baylong ha voluto fare di lei e del suo centro un esempio e Liu è stata molto chiara, a nessuno è stata fatta la grazia di un proiettile che gli risparmiasse l'agonia del fuoco.

Dall'interno hanno smesso di battere disperatamente contro la porta e le finestre inchiodate. Ancora qualche minuto e il lavoro sarà finito. Siddartha espira rumorosamente attraverso il naso, senza poter scacciare l'odore della morte che si leva verso il cielo in volute di fumo nero, e spinge le dita di una mano fra i capelli lunghi, arricciati come lingue di fiamma, allontanando le ciocche chiare dalla fronte per cercare la compagna alla propria destra e sfuggire per qualche secondo alla visione logorante dell'incendio fattosi silenzioso. È in quel momento che si accorge del ragazzino di tredici, forse quattordici anni, che è sgusciato fuori dalla pila di vecchi cartoni sotto cui si era nascosto e ha voltato le spalle al massacro per correre via attraverso la notte.

La canna della PK12 si solleva più svelta del pensiero, le spalle di Qian singhiozzano violentemente quando il colpo rimbomba attraverso la notte.

La sagoma del ragazzino incespica e si rovescia sull'asfalto.

Quando Dubois si volta, Beaumont sta già coprendo la distanza per chinarsi sul fuggitivo che, piangendo e strisciando sui gomiti, trascina il polpaccio maciullato sul cemento con ostinazione disperata.

Siddartha rabbrividisce dal retro delle ginocchia e cerca di deglutire le palpitazioni del cuore incastrato in gola, che gli soffoca il respiro. La bocca di fuoco sta ancora fumando quando la riallinea con la testa del bersaglio, sbrogliando un filo di fiato tremante di eccitazione sconvolta.

« Ti accolgo nel mio karma. »

Il secondo colpo esploso gli rimbomba fra le tempie come un tuono, trasformando il pulsare della blast e dell'adrenalina in un violento conato di nausea. Lo ricaccia in gola e barcolla lentamente all'indietro.

« Merda. »

Qian fa scivolare lo sguardo sul cadavere schiacciato a terra, dentro la pozza di sangue che si allarga sotto il suo viso, e poi contro il profilo teso di Siddartha. Torce il collo per gettare un'occhiata alle proprie spalle, quando il tetto del capanno collassa in uno schiocco di legno carbonizzato, trovando le ombre affilate di Bo e Travis che, attirati dal boato degli spari, sono riemersi dal retro della baracca con le armi in mano.

Beaumont rinfodera la propria, raschiando il labbro inferiore con i denti per ingoiare un grumo di saliva acida.

« Bruciamolo con gli altri e andiamocene. »

Il nero del fumo gli è rimasto invischiato nei polmoni come colla.




Then he falls to the floor,
for there's many more tears on the sunrise 
and now we must eat those tears. 
Now we must eat our fill 
of the atrocities.